giovedì 12 luglio 2012

COME LEGGERE UN'ETICHETTA COSMETICA

Ci ammiccano dagli scaffali dei negozi, ci fanno l’occhiolino dalle pagine delle riviste, ci richiamano con canti da sirene negli spot televisivi.
Sono i cosmetici che ci promettono di prendersi cura di noi, delle nostre imperfezioni, per farci entrare in un mondo di bellezza e seduzione.
A seconda della nostra personalità, privilegeremo prodotti che si richiamano alla natura a oli pregiati ed essenze profumate, oppure ci affideremo a prodotti scientifici che sfruttano principi attivi, spesso sconosciuti, per annientare i nostri difetti.
Attirati da splendide confezioni, avvolti da soavissimi profumi e morbidissime consistenze, pochi di noi si chiedono veramente cosa si stanno spalmando addosso, pochi vanno a leggere sul retro delle confezioni l’elenco degli ingredienti, dove il principio attivo sottolineato dalla pubblicità si perde in una marea di ingredienti per lo più incomprensibili.
Ognuno di loro, però, ha una funzione, perché fondamentalmente una crema è una sorta di pozione magica
dove ogni sostanza lavora in sinergia con altre.
È un mondo con una lunga tradizione, dove la ricerca imprime un’evoluzione costante.
Chi l’avrebbe mai detto che, dopo aver cosparso abbondantemente per decenni i lattanti col borotalco, si sarebbe scoperto che l’acido borico era pericoloso tanto da vietarne l’uso su bambini inferiori a tre anni?
Intendiamoci, ogni ingrediente, dei circa tredicimila in commercio, è stato testato.
Si può quindi essere ragionevolmente sicuri: un singolo vasetto di crema non può produrre che qualche allergia e irritazione.
Al manifestarsi di allergie, esistono organismi di controllo che ne verificano di nuovo la tossicità perché, a differenza dei farmaci, i cosmetici e i detergenti si usano tutti i giorni, per tutta la vita, quindi anche microscopiche dosi di sostanze dannose possono alla lunga avere effetti negativi.
Altri ingredienti invece non sono pericolosi per la nostra salute, ma per quella del pianeta, quindi perché non preferire quei prodotti che, magari a parità di costo e di prestazioni, hanno un impatto più leggero sull’ambiente?
L’unico modo possibile per essere più sicuri dei nostri acquisti è andare oltre le splendide apparenze dei packaging e oltre la malia del marketing per conoscere un po’ meglio la composizione dei nostri elisir di bellezza.
È un compito un po’ ingrato che impone di dimenticare la quasi magica promessa di bellezza, per andare a conoscere il lato più pragmatico e denso di chiaroscuri dei cosmetici.
Quindi facciamoci coraggio, prendiamo in mano i barattoli e andiamo alla scoperta del lato B della confezione, dove l’incanto grafico lascia il passo a una serie di termini e simboli non sempre facili da decifrare.
Anche alcuni ingredienti presenti nei cosmetici che usiamo quotidianamente, dalle creme ai detergenti, ai
profumi, hanno delle ombre: alcuni sono accusati di provocare allergie o irritazioni, altre addirittura di interferire con la nostra attività ormonale, altre ancora di essere mutagene o di rilasciare in determinate condizioni sostanze cancerogene.
Per cominciare a fare un po’ di chiarezza è meglio dire subito che gli ingredienti sono in ordine decrescente: cioè il primo ingrediente, tipicamente l’acqua, è il principale componente del prodotto, del secondo ce n’è un po’ di meno e così via fino a che si arriva ai componenti inferiori all’1% inseriti in coda in ordine sparso.
Per orizzontarsi è bene considerare che grosso modo il primo terzo della lista riguarda gli ingredienti presenti con percentuali a due cifre, che da soli rappresentano circa il 90% del prodotto. Il terzo centrale rappresenta generalmente circa il 5-8%, il terzo inferiore rappresenta intorno all’1-3%.
I principi attivi, quelli pubblicizzati sui media e sulla confezione, costituiscono la parte caratterizzante del cosmetico e sono di solito presenti nella parte centrale, preceduti da tensioattivi (nel caso dei detergenti come shampoo e saponi), gelificanti, umettanti e seguiti da conservanti, coloranti, profumo.
È questa un’indicazione importante che ci permette di capire più o meno in che percentuale è presente un ingrediente. Se in una crema le sostanze “discusse” cominciano ad abbondare dalle prime voci, meglio usare una certa cautela.

Cosa c’è dentro una crema :
Sono oltre 13.000 le materie prime attualmente utilizzate per la formulazione dei circa 30.000 prodotti cosmetici in commercio, impossibile quindi conoscerle tutte.
Per cominciare a orizzontarsi è necessario dividerle in alcune grandi famiglie.
A partire dall’inizio, da quando cioè, migliaia di anni fa, si scoprì che molti oli e grassi nutrivano e proteggevano la pelle e che molti estratti delle piante la curavano e la profumavano. Nascono così, mischiando oli ed erbe, i primi unguenti.
Molto efficaci ma, come si può immaginare, un po’ grassi. Già 2000 anni fa il medico greco Galeno era riuscito a miscelare acqua e olio per rendere i preparati un po’ meno untuosi ed era stata una scoperta,
perché acqua e olio tendono fatalmente a separarsi. Per tenerli insieme è necessario un emulsionante e Galeno trovò che la cera poteva svolgere questa funzione.
Il Ceratum Galeni è utilizzato ancora oggi per preparare semplici creme (20% acqua di rose, 20% cera, 60% olio vegetale).
Le creme che ci spalmiamo oggi contengono ancora una fase oleosa (così la chiamano gli addetti ai lavori) e una fase acquosa, la percentuale d’acqua è però molto più alta (in effetti è quasi sempre il primo ingrediente) e hanno bisogno perciò di emulsionanti più efficaci.
L’uso dell’acqua tende inevitabilmente a favorire la crescita dei batteri, ecco allora che per tenerne sotto controllo la quantità si devono usare dei conservanti che per loro natura devono essere un po’aggressivi.
Fra i conservanti troviamo appunto i principali accusati di nuocere al nostro corpo e al pianeta.
Solo a queste condizioni però una crema può durare imperterrita per più di trenta mesi (più il Pao), rimpallata fra magazzini, negozi e case in condizioni di umidità e temperatura molto variabili.
Occorreranno poi degli antiossidanti che ritardino l’irrancidimento dell’olio e magari svolgano un’azione antirughe sulla pelle: la vitamina E per esempio è un ottimo antiossidante.
A questi si aggiungono poi dei chelanti,  sostanze che si legano ai metalli per impedire che modifichino la consistenza, il colore o l’odore del preparato.
Inoltre per impedire l’evaporazione dell’acqua, con conseguente cambiamento della consistenza della crema, occorreranno degli umettanti, cioè delle sostanze in grado di trattenere l’acqua.
La glicerina per esempio è un ottimo umettante, trattiene l’acqua all’interno della crema e spalmato sulla
pelle svolge la stessa funzione.
Attenzione però: se l’umidità dell’ambiente si abbassa oltre un certo limite e l’aria diventa molto secca, la glicerina tenderà a rubare acqua alla pelle.
Addensanti o fluidificanti serviranno infine a dare la consistenza voluta: né troppo liquida, né troppo dura.
Al centro di tutte queste sostanze stanno i principi attivi, sostanze naturali o composti chimici che rappresentano per così dire la specificità della crema, la sua personalità: dalla centella per drenare, all’acido ialuronico per idratare, fino al siero di vipera, alla polvere di perle e ai peptidi biomimetici.
In realtà in una crema tutta la formulazione concorre a ottenere un particolare risultato, a partire dalla fase oleosa e da quella acquosa.
Per finire, in un cosmetico non possono mancare le profumazioni, che rendono ancora più gradevole una crema, ma che molto spesso possono dare origine a irritazioni o ad allergie, che si tratti di essenze naturali o di sintesi.

Cosa c’è in un detergente:
Che si tratti di shampoo, bagnoschiuma o dentifricio, la caratteristica fondamentale del prodotto sarà la presenza di tensioattivi, attorno a cui ruota tutta la formulazione, completa di conservanti, antiossidanti, addensanti... i tensioattivi sono sostanze che hanno lo scopo di diminuire la tensione superficiale dell’acqua, permettendo la rimozione delle particelle di sporco e di grasso in eccesso. Spesso sono anche schiumogeni, creano cioè la schiuma emulsionando aria e acqua. I tensioattivi non godono di buona stampa.
Sono accusati, a volte giustamente, di inquinare fiumi e mari, di essere poco degradabili e di irritare la pelle. Le pecore nere della famiglia sono sicuramente il Sodium Laureth Sulphate e il Sodium Lauryl Sulphate, accusati di provocare il cancro.
Questa accusa è probabilmente infondata, pur essendo ingredienti piuttosto aggressivi e irritanti.
Esistono certo alternative più gentili sulla pelle, ma i tensioattivi sono un altro male necessario.
Anche il sapone di Marsiglia ne contiene, essendo un sale alcalino di acido grasso.
I più naturali sono i tensioattivi non etossilati, che si riconoscono perché finiscono in yl, come Sodium Cocoyl Sulfate, o perché hanno accanto numeri pari, come Sodium C12- C16 Sulfate.
La natura infatti crea solo gruppi pari di atomi di carbonio, come spiega la guida ai detergenti di Officina
Naturae.
L’etossilazione invece attacca alla molecola originale vegetale una parte di origine petrolchimica che può arrivare al 70%.
Semplificano la lavorazione del prodotto e ne abbassano i costi ma sono meno naturali.
Se il nome della molecola  contiene il suffisso th, come Sodium Laureth Sulfate o ha un numero dispari di atomi di carbonio, siamo in presenza di un etossilato.
Non tutti i tensioattivi detergono: i tensioattivi cationici hanno la proprietà di fissarsi sulla pelle e sui capelli, sono quindi un ingrediente prediletto dai balsami dopo shampoo, assieme ad agenti filmogeni che inguainano il capello proteggendolo.
Si tratta di polimeri idrosolubili (un esempio è il polivinilpirrolidone) immersi in un gel o in una soluzione acquosa.
E quando l’acqua evapora, rimane sui capelli un film trasparente e rigido.
I tensioattivi non sono l’unico modo per rimuovere lo sporco, una via più delicata è quella usata dai latti detergenti o dagli oli detergenti, spesso usati per i bambini: grasso su grasso.
L’olio contenuto nella formulazione scioglie il grasso sporco sulla pelle.

http://www.biodizionario.it/
http://www.stampalternativa.it/liberacultura/books/SENZA%20TRUCCO%20INTERNOK.pdf

2 commenti:

  1. ciao innanzi tutto complimenti sinceri per il blog!una domanda :i tensioattivi non etossilati finiscono in yl giusto? come il sodium cocoyl sulfate! e allora il sodium lauryl sulfate perche è diverso? scusate l'ignoranza ma sono all'inizio! grazie in anticipo

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    Risposte
    1. Ciao Mary Lisa,
      grazie per i complimenti!
      Scusami, ma dove hai letto che il sodium lauryl sulfate è diverso? è sempre un tensioattivo non etossilato! Infatti è aggressivo sulla pelle ed è sconsigliato per le pelli delicate o con dermatiti.

      *Ele*

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